da poker coffe » ven nov 27, 2009 8:54 pm
Azzerate le cosche di Isola
Più indagavano e più emergevano i fatti e i misfatti. Come un vaso di Pandora, che non finisce mai di riservare sorprese. Sono partiti da un omicidio e alla fine hanno ricostruito dieci anni della storia criminale di Isola Capo Rizzuto, contrassegnati da una cruenta guerra tra clan rivali, ma anche da imponenti traffici di droga e armi, da una soffocante cappa di estorsioni imposte ad imprenditori della zona come del nord Italia. Per questo gli investigatori della squadra Mobile crotonese diretta da Angelo Morabito hanno scelto il nome ‘Pandora’ per l’operazione scattata all’alba di giovedì 26 novembre; in tasca avevano 37 ordinanze di custodia cautelare in carcere da notificare ad altrettante persone, tredici delle quali già detenute per altre vicende. Ne hanno consegnate 35, perché due dei destinatari erano già uccel di bosco. Le accuse contestate a vario titolo agli indagati dal giudice delle indagini preliminari Assunta Maiore su richiesta del sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Sandro Dolce, che ha coordinato l’inchiesta della squadra Mobile, sono quelle di associazione mafiosa, omicidio, traffico di armi e stupefacenti, estorsioni, favoreggiamento di latitanti, commessi sia nella provincia crotonese che in Emilia Romagna e Lombardia. Insieme ai mandati di cattura, i poliziotti hanno eseguito anche il sequestro di un ingente quantitativo di beni mobili e immobili per un valore stimato in 40 milioni di euro, nella disponibilità degli uomini delle cosche: terreni, appartamenti, autovetture, quote societarie.
Un’indagine che essenzialmente ha decapitato la cosca Nicoscia, un tempo alleata degli Arena, e grazie alla quale è stata fatta luce su tre omicidi e due tentati omicidi: quello di Pasquale Tipaldi, ucciso a Isola Capo Rizzuto il 24 dicembre 2005, dal quale ha preso le mosse il lavoro degli investigatori; il clamoroso agguato a Carmine Arena, ucciso a colpi di bazooka il 2 ottobre 2004; il tentato omicidio del quale era rimasto vittima in precedenza lo stesso Arena; l’omicidio di Mario Manfredi, assassinato il 3 dicembre 2005 mentre rientrava in carcere; il tentato omicidio di Vincenzo Riillo, avvenuto l’11 aprile 2006. E’ stata fatta luce, ancora, sul tentativo delle cosche di Isola Capo Rizzuto di instaurare una pax mafiosa che aveva l’obbiettivo di porre un argine a questo fiume di sangue ma soprattutto di non disturbare i lucrosi affari delle famiglie. Come le estorsioni che venivano compiute nel crotonese ai danni di noti complessi turistici, dall’Hotel club Le Castella alla Baia degli Dei, dal villaggio Valtur all’hotel San Francesco, dai quali i clan avrebbero preteso somme di denaro ma anche assunzioni e forniture di alimenti e merci varie; un modello esportato fino all’Emilia Romagna dove diversi imprenditori calabresi pagavano regolarmente il pizzo, tanto che in un primo momento gli inquirenti hanno sospettato che fossero collusi con la ’ndrangheta, salvo poi accertarne la natura di vittime.
“Una indagine estremamente difficoltosa - scrive il gip Maiore nell’ordinanza - che ha riguardato le attività di due distinte consorterie criminali operanti nel territorio di Isola Capo Rizzuto ma con ramificazioni anche in ricche regioni settentrionali, quali la Lombardia e l’Emilia Romagna. Prendendo le mosse dall’omicidio consumato ai danni di Tipaldi Pasquale è stato possibile, non solo verificare le attività delittuose poste in essere dalle due cosche (estorsioni, traffico di stupefacenti e condotte in tema di armi), ma anche offrire una ricostruzione compiuta della nascita delle due consorterie in seguito ad una prima scissione e della successiva riunificazione. La scissione del gruppo Nicoscia dalla famiglia Arena - spiega infatti il giudice - è avvenuta al prezzo di una sanguinosa contrapposizione armata tra le due consorterie. I due sodalizi, quindi, dal 2000 in poi hanno cercato reciprocamente il predominio nel territorio e dopo l’ennesimo omicidio, quello di Tipaldi Pasquale, hanno ricercato (e trovato) una tregua tale da consentire ai due clan una pacifica e più conveniente convivenza”.
Si inseriscono in questo scontro - ricorda quindi il gip Maiore - il duplice omicidio di Franco Arena e Francesco Scerbo, avvenuto il 2 marzo 2000; l’omicidio di Rosario Capicchiano (15 maggio 2001); il duplice omicidio di Maurizio Nicoscia e Pasquale Gualtieri (8 febbraio 2003); il duplice omicidio di Rocco Corda e Bruno Ranieri (6 maggio 2004); l’omicidio di Carmine Arena, con il contestuale tentativo di omicidio di Giuseppe Arena (2 ottobre 2004), preceduto, peraltro, da un altro tentato omicidio nei confronti dello stesso Arena; il tentato omicidio di Salvatore Arena, cugino di Carmine e Giuseppe (5 novembre 2004); l’omicidio di Pasquale Nicoscia, (11 dicembre 2004); l’omicidio di Mario Manfredi (3 dicembre 2005); l’omicidio di Pasquale Tipaldi (24 dicembre 2005); il tentato omicidio di Vincenzo Riillo (11 aprile 2006).
L’indagine svolta dagli investigatori della Mobile, dà atto il magistrato, “ha consentito di raccogliere numerosi e convincenti elementi utili a ricostruire i gravissimi eventi omicidiari”. Un peso determinante lo hanno svolto, oltre alle più moderne tecniche di intelligence, le intercettazioni ambientali grazie alle quali gli uomini della Polizia hanno potuto ascoltare in diretta, dalla viva voce dei protagonisti, circostanze e dettagli determinanti. “Nell’ambito delle conversazioni registrate - spiega in proposito il gip - appaiono di precipua importanza quelle che vedono come interlocutore Pugliese Michele. Grazie all’attivazione di una intercettazione a bordo dell’autovettura dallo stesso utilizzata, infatti, sono stati svelati episodi e dinamiche interne alle due consorterie, e non solo a quella dei Nicoscia, cui il Pugliese appartiene. Ciò non deve in realtà sorprendere: il Pugliese, infatti, per i suoi rapporti di parentela, in senso ampio, risulta legato strettamente anche a singoli esponenti di spicco della cosca avversa degli Arena”.
Fra i destinatari delle misure cautelari figurano, dunque, i presunti autori dell’omicidio di Carmine Arena: si tratta di Vincenzo Corda, di 53 anni, di Pasquale Manfredi, 32 anni, di Francesco Nicoscia, 45 anni, e di Salvatore Nicoscia, 37 anni, già detenuto per altra causa, che avrebbero agito insieme a Pasquale Nicoscia e Francesco Capicchiano successivamente uccisi. La decisione di uccidere Arena sarebbe stata adottata da Salvatore Nicoscia e Vincenzo Corda, utilizzando l’esplosivo C4 da collocare con una calamita sotto l’auto blindata del boss da fra saltare con un telecomando; il timore che la blindata potesse resistere all’esplosivo avrebbe fatto ripiegare sull’uso di altre armi. Vincenzo Corda, Pasquale Manfredi e Francesco Capicchiano, unitamente ad altri soggetti allo stato ignoti, avrebbe eseguito materialmente l’omicidio, appostandosi su una collinetta dalla quale si domina l’ingresso dell’abitazione di Carmine Arena, da dove avrebbero esploso contro la Lancia Thema bindata sulla quale si trovavano i cugini Arena un razzo lanciato con un Rbr M80 calibro 64 che perforava l’auto nella parte superiore, provocando una tremenda onda d’urto all’interno del mezzo; inoltre avrebbero sparato con fucili d’assalto.
« Quanno dai la mano a uno te po' capita' de strigne quella de no' zozzone o quella de 'n ladro o 'n delinguente,o di un comunista. Perciò salutamose tutti a la romana: se vorremo ancora bene, tenendose a distanza