Casa Pound, giù le mani da Rino Gaetano
Il primo fu Capitan Harlock, il pirata libertario creato dalla sapiente mano di Lejii Matsumoto. Poi è toccato a Jack Kerouac, l'autore di On the road, il padre della Beat generation. Adesso, dopo una breve incursione financo nel mito del Che, gli «art directors» (sic!) di Casa Pound ci provano con Rino Gaetano, il songwriter crotonese morto tragicamente 29 anni orsono, il 2 giugno 1981. E questa «appropriazione indebita» delle canzoni e dell'immagine di Gaetano si protrae da oltre un anno. Da quando - era l'aprile del 2009 - nell'approssimarsi dell'anniversario della scomparsa del cantautore, i muri della capitale vennero tappezzati da migliaia di manifesti: un'effigie stilizzata di Gaetano in campo azzurro, la tartaruga di Casa Pound e il simbolo di Radio bandiera nera (anch'essa usurpata, per l'esattezza a Radio Black Out di Torino).
Da allora, un profluvio di iniziative, concerti, attacchinaggi perché, dicono a Casa Pound, «Rino Gaetano era un uomo libero che nelle sue meravigliose ballate ha sempre messo la voglia di rivincita per un mondo migliore, un mondo non conforme, proprio come noi. Aveva la nostra stessa filosofia di vita». Nulla di più falso e tendenzioso. Lo dice la storia e la musica di Rino Gaetano. E lo ribadisce a chiare lettere la famiglia del cantante.
Danilo Scortichini è uno dei tre nipoti di Rino Gaetano, il secondogenito della sorella del cantante, Anna. Segue le orme dello zio e fa il musicista. E ricorda con affetto i tempi in cui lo zio lo portava in sala di registrazione. Da buon musicista, Danilo gira sempre col suo fido strumento a tracolla. È l'ukulele che Rino Gaetano portò sul palco di Sanremo nella memorabile performance di Gianna (1978). Danilo non ci pensa due volte e improvvisa un pezzo del repertorio di Gaetano che egli ricorda nell'aspetto e nella musicalità in modo incredibile.
Il luogo scelto per incontrarlo non è casuale: via dei Volsci, culla dell'Autonomia romana, a San Lorenzo. «Perché - esordisce Scortichini - Rino guardava con simpatia al movimento del '77, aveva finanziato Radio Onda Rossa ed era anche un lettore abituale del manifesto». È irato, Scortichini, per la piega presa dagli eventi. Non manda giù questa strumentalizzazione dell'immagine dello zio per miseri fini di bottega politica. «Rino Gaetano è stato fino agli anni 90 messo nel dimenticatoio da tutti. Poi, d'un tratto, i media si sono accorti che forse quel cantautore, definito erroneamente nonsense, aveva predetto e denunciato in anticipo le malefatte del potere. Così è cominciata la frenetica corsa dei discografici a 'spolpare' le sue canzoni e gli scritti. Fino ai giorni nostri, quando una pletora di fanatici, con idee cancellate dalla storia, gli ha appiccicato il proprio marchio». Su un punto il nipote di Gaetano è intransigente: «È sbagliato utilizzare un artista quando questo non può difendersi perché morto. E non è giusto distorcere le sue canzoni, né strumentalizzarlo e, ancor meno, farlo passare per fascista. Queste persone non hanno umanità e nemmeno i titoli per utilizzare quelle sue immagini, incollandoci sopra dei simboli e organizzando dibattiti in suo ricordo in posti dove si predica il razzismo e l'intolleranza. Sono luoghi di xenofobia mentre Rino Gaetano era uno xenofilo: basti ricordare il canto alla straniera Aida. Comunque, di concerto con la famiglia stiamo valutando la possibilità di adire le vie legali per tutelare l'onore e la reputazione lesa di mio zio».
D'altronde, la legge sul diritto d'autore è chiara: «Il ritratto di una persona nota non può essere esposto quando l'esposizione rechi pregiudizio all'onore, al decoro e alla reputazione della persona ritrattata». E c'è poi il diritto del cantante all'identità personale, pregiudicato da questa arbitraria associazione a una fede politica. «Noi crediamo - conclude infine Scortichini - che Rino Gaetano debba essere restituito alla sua gente, ai frustrati e ai malpagati, a quelli costretti a sudare il salario per sopravvivere in un mondo di egoisti e individualisti sempre pronti ad aggredire chi sta peggio. Altro che fascismo, con cui non ha nulla da spartire!
Rino Gaetano è stato il «Cappellaio Matto» della nostra canzone, l'artista impossibile da catalogare, scomodo anche a se stesso. Ironico e graffiante, iconoclasta per definizione, ontologicamente sovversivo, Gaetano e la sua musica erano quanto di più lontano si possa immaginare da Casa Pound e dintorni. Era di sinistra Rino Gaetano ed era antifascista. Non tanto perché suonava alle Feste de l'Unità. Non soltanto per le sue letture che spaziavano da Pasolini a Majakovskij, da Brecht a Pavese. Ma perché era il cantante degli ultimi, dei diseredati, di «chi vive in baracca, chi suda, chi lotta, chi mangia una volta, chi gli manca la casa....».
Figlio di Calabria, portava su di sé la rabbia dei braccianti di Melissa e le speranze di un'industria nata arrugginita. Quanto all'antifascismo si dia uno sguardo al libro Il mondo è sempre più blu di Massimo Cotto (Mondadori, 2001) che contiene alcuni disegni del cantante molto eloquenti sull'argomento. Sarebbe sufficiente poi ascoltare la sua prima e la sua ultima canzone, in ordine di incisione, per averne ulteriore conferma. Da I love you Maryanna, del 1974, atto d'accusa al proibizionismo ipocrita e bigotto, fino a Il mio sogno di anarchia, una delle «live & rarities» uscite postume. In cui Gaetano è esplicito: «...toccava il cielo con un dito e sanava le ferite con la rivoluzione e il '68 raccontato e le conquiste...e bugie, le poesie, le strane cose che stritolavano il passato, il feudalesimo e l'anarchia, i sogni, l'anarchia, i miei sogni d'anarchia».
Sulla sua strumentalizzazione neofascista, ora pesa come un macigno la sconfessione della famiglia Gaetano. E fa proseliti, su Facebook, il gruppo «Giù le mani da Rino Gaetano», a cura di Andrea Cadamuro e Margherita Frau.
da Il Manifesto


