La manovra finanziaria approvata, con D.L. 78/2010, dal Governo per fronteggiare la crisi economica che riguarda i paesi dell’Unione europea, ha introdotto un “redditometro” non solo per i privati, ma anche per i pubblici dipendenti.
A questa goliardica conclusione si giunge, dopo aver preso in esame la norma contenuta nell’art. 9, comma 1, la quale dispone che: “Per gli anni 2011, 2012 e 2013 il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti, anche di qualifica dirigenziale, ivi compreso il trattamento accessorio, previsto dai rispettivi ordinamenti delle amministrazioni pubbliche (…) non può superare, in ogni caso, il trattamento in godimento nell’anno 2010”.
In altri termini, ciò vuol dire che, a partire dal 1° gennaio 2011 e fino al 31 dicembre 2013, nessun dipendente pubblico potrà percepire un reddito (derivante dal proprio contratto di lavoro) superiore a quello percepito al 31 dicembre 2010. Ne deriva che il famigerato “redditometro”, nato in origine per stanare i nullatenenti che hanno il privilegio di viaggiare in Porsche Cayenne, può essere utilizzato anche per altri scopi, tra i quali, ad esempio: reprimere eventuali pretese di adeguamento salariale alla reale inflazione di un semplice dipendente pubblico (talora mono reddito e con famiglia a carico) con un stipendio lordo di € 16.000,00 annui.
Per un “tecnocrate”, come è l’attuale Ministro dell’Economia e delle Finanze, fare quadrare i conti dello Stato costituisce una mera “endiadi contabile”, per cui o si agisce sulle entrate, nel difficile tentativo di incrementarle, oppure più semplicemente si tagliano le spese: tanto alla fine il risultato non cambia.
Ancorché corretto dal punto di vista matematico, un simile approccio, nella sostanza, mina i principi costituzionali di solidarietà sociale e di uguaglianza sostanziale, che stanno alla base dell’inderogabile dovere per ogni cittadino di contribuire, in relazione alle proprie sostanze, alla costruzione di un Stato Sociale. Non solo, ma dopo aver condotto una “crociata” mediatica contro i dipendenti pubblici, rei di soffrire di un “fannullonismo” cronico, l’attuale governo pretende che, per amor di patria, siano proprio questi a dover patire il sacrificio. E non già gli evasori, per i quali il (loro) “redditometro” altro non può fare che assumere il ruolo di semplice minaccia, con efficacia peraltro molto aleatoria.
Per chi governa, prendere decisioni non è mai stato facile, a maggior ragione in questo particolare momento storico, ma ciò non significa rassegnarsi all’idea che le stesse siano la risultanza di un mero e cinico ragionamento aritmetico, foriero di rendere sempre più fertile il terreno dell’iniquità sociale tra i cittadini oltre che tra gli stessi impiegati pubblici.
Per intanto, questa manovra un effetto negativo rischierà di produrlo: quello di fare maturare, in molti dipendenti pubblici, la convinzione che sia arrivata l'ora di “tirare i remi in barca”. Perché, come autorevolmente osserva il Prorettore della Bocconi, Giovanni Valotti: “fannulloni non si nasce, ma si diventa”.
Vincenzo Malacari


