

Il 18 gennaio del 1992, Eluana, all’epoca 20enne, rimane coinvolta in un incidente stradale. Ricoverata nell’ospedale di Lecco in stato vegetativo permanente, alimentata da un sondino nasogastrico, la ragazza sprofonda in uno stato di non-coscienza, a causa della corteccia cerebrale necrotizzata.
Dal 1997 il padre della ragazza, Beppino, diventa il suo tutore e comincia la lotta nei tribunali per essere autorizzato a sospendere l’idratazione e l’alimentazione artificiale alla figlia. La prima sentenza è del Tribunale di Lecco che, nel 1999, respinge la richiesta di fermare l’alimentazione.
Nel 2003, l’istanza viene ripresentata e di nuovo respinta dal Tribunale di Lecco prima e dalla Corte d’Appello di Milano poi. Stesso copione nel 2006. Nell’aprile del 2005, anche la Cassazione boccia il ricorso di Beppino, ma il 16 ottobre del 2007, sempre la Suprema Corte rinvia la palla alla Corte d’Appello del capoluogo lombardo, sostenendo che il giudice può, su istanza del tutore, autorizzare la sospensione in presenza di due circostanze: la condizione di stato vegetativo permanente irreversibile e l’accertamento, sulla base di elementi del vissuto del paziente, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il consenso alla prosecuzione delle cure.

Scelte di fine vita
Si c'è dolore nel cuore! Comunque noi abbiamo il diritto di sapere chi sono i padroni della nostra vita: I medici? i magistrati? la chiesa? i politici? o il malato stesso?
L'art. 32 della Costituzione sancisce il diritto all'autodeterminazione e permette a ciascuno di noi di esprimere l'assenso o il dissenso rispetto a ogni procedura diagnostica e/o qualunque terapia: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può, in nessuna caso, violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana "
Quindi nessuna volontà esterna puo' prevaricare quella dell'interessato. Il malato non ha l'obbligo di curarsi. anche se tale condotta lo esponga al rischio della morte probabile (sentenza n.23676 della terza sezione civile della Cassazione).
Come evitare che la vita dell'ammalato, nel momento della sua massima debolezza, cada nelle mani di terzi eventualmente mossi da intenzioni egoistiche (ricerca scientifica) oppure da convinzioni ideologiche?
A chi spetta la decisione sul destino dell'uomo quasi morto da non potersi difendere, ma abbastanza vivo per soffrire ancora?
Chi, al termine della vita, preferisce resistere, con il corpo devastato, ed essere assistito con tutta la tecnologia e le terapie disponibili va rispettato nella sua autonoma volontà decisionale; chi all'opposto, affetto da malattia progressiva, invoca, dal letto di morte, un gesto di umana compassione e rifiuta gli interventi di sostegno, che allungano e la vita ne moltiplicano le pene, deve essere altrettanto onorato ed esaudito.
Secondo il dettato dell'art. 35, del codice deontologico, il medico non deve intraprendere attività diagnostica e terapeutica senza l'acquisizione del consenso informato: la sottoscrizione del consenso è lo strumento legale che sancisce la decisione dell'infermo e rende leggittimo il rifiuto o l'accettazione delle cure.
Chi non è in grado di scegliere perchè è incosciente ha, per questo, meno diritti di chi è cosciente?
In tal caso verrebbe meno il rispetto della persona che sarebbe considerata tale solo fino a quando fosse capace di decidere firmando il consenso.
La dottrina cattolica ufficiale è nettamente contraria alla pronuncia della Corte di Cassazione sul caso di Eluana Englaro: " La vita è un dono divino che rimane in potere di colui il quale fa vivere e morire. Perciò chi si priva della vita pecca contro Dio"( Summa theologiae. Tommaso D'Aquino. XIII secolo). Secondo il parere della CEI, impietrita dal dogma, i supporti nutritivi (idratazione e nutrizione con Peg o sondino ng) e respiratori non devono essere considerati terapie bensì mezzi naturali di sostegno alla vita a cui non è mai lecito rinunciare nemmeno se questa è la volontà del paziente. La Fede è una ragione sufficiente per rifiutare una fine dignitosa al morente disperato che, dall'abisso della sofferenza, invoca, con tutta la sua forza residua, un gesto di pietà , di misericordia, di indulgenza e di umana comprensione?
Fino a quando è appropriato seguitare le cure laddove manca la pur minima speranza di guarigione nè di miglioramento, con la conseguenza di prolungarne una vita penosa e con essa pure l'agonia dolorosa?
E' corretto, moralmente, oppure è disumano seviziare un malato inerme obbligandolo a vivere allo stato vegetativo attaccato ad una macchina che avvicina molto la cura allo strumento di tortura?
Casomai ora il governo sentisse, nel proprio intimo, un sussulto d'orgoglio laico dovrebbe assolvere, subito, ad un obbligo morale e, contemporaneamente, proclamare, con fermezza e decisione, l'assunto fondamentale e inconfutabile della società moderna, laica e pluralista: Nessuno è padrone della vita altrui, ma ognuno è padrone della vita propria. Chi vieta agli altri di essere padroni della vita propria si fa padrone della vita altrui.
Francesco




marge ha scritto:.
Eluana è già a Udine dove verranno staccati tutti i supporti meccanici che la mantenevano in vita..........

chicca ha scritto:Personalmente penso che come in tutte le cose bisogna esserci dentro al problema...............e sinceramente non saprei ora cosa rispondere!!!

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