di Salvatore » sab mag 29, 2010 10:48 pm
Lettera di dimissioni di Maria Luisa Busi al direttore Minzolini
*Oggetto:* Dimissioni di Maria Luisa Busi
Lettera di dimissioni di Maria Luisa Busi al direttore Minzolini
Ecco la lettera integrale pubblicata dall'Ansa, indirizzata al direttore
Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della
Rai Mauro Masi, al presidente dell'azienda Paolo Garimberti e al
responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi.
Maria Luisa Busi lascia il TG1: "Oggi l'informazione del TG1 è
un'informazione parziale e di parte"
“Caro direttore - scrive la Busi - ti chiedo di essere sollevata dalla
mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del TG1, essendosi
determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo
compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è
per me - prosegue - una scelta difficile, ma obbligata. Considero la
linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di
dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una
definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.
Come ha detto - osserva la giornalista - il presidente della Commissione
di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: 'la più grande testata italiana,
rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme
con la sua identità, parte dell'ascolto tradizionale’.
Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perchè è un grande
giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava,
Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le
conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il
nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e
di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il
giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani.
Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il
giornale di una voce sola. Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione
parziale e di parte.
Dov'è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che
devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla?
Quelle coi salari peggiori d'Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno
ad andare avanti perchè negli asili nido non c'è posto per tutti i
nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l'onore
di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso
il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro
famiglie.
Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei
padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non
possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un
figlio? E dove sono i cassintegrati dell'Alitalia? Che fine hanno fatto?
E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est
che si tolgono la vita perchè falliti? Dov'è questa Italia che abbiamo
il dovere di raccontare? Quell'Italia esiste. Ma il TG1 l'ha eliminata.
Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima
elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo
spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo
grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di
lavagna interattiva multimediale.
L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario
morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di
parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un
altro sull'inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere
indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l'infotainment
quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla
caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo.
Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature
dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo
giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale
del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi
che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre
inchieste di più alto profilo e interesse generale.
Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie
convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un
conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a
questo punto. Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al
conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre
primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste
con i telespettatori.
I fatti dell'Aquila ne sono stata la prova.
Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo
al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di
fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero
compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione
all'informazione, la propaganda alla verifica.
Ho fatto dell'onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia
professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto
recentemente.
Pertanto:
1) respingo l'accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le
critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio
diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI - le
avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente.
Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il
nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni
costituisca un arricchimento.
Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non
c'è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi
del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2) Respingo l'accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui
mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che
chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti.
Tutti e onesti.
E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai,
lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a
presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del
servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.
3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera
dopo l'intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai
sollecitato all'azienda un provvedimento disciplinare nei miei
confronti: mi hai accusato di ‘danneggiare il giornale per cui lavoro’,
con le mie dichiarazioni sui dati d'ascolto.
I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni.
Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: 'il TG1 darà
conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in
ossequio a campagne ideologiche’. Posso dirti che l'unica campagna a cui
mi dedico è quella dove trascorro i week-end con la famiglia. Spero tu
possa dire altrettanto.
Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la
violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il
settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza
aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito
alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria:
screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue
affermazioni.
Sono stata definita 'tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista
senza cronaca, editorialista senza editoriali' e via di questo passo.
Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio
Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate
risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio
la conduzione delle 20.
Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che
amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto
che abbiamo bisogno.
Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per
il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per
la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i
telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre.
Anche tu ne avresti il dovere.
mercoledì 26 maggio 2010