di red » lun nov 02, 2009 9:25 am
da http://www.marxismo.netCongresso Pd ovvero la miseria dei democratici
Scritto da Francesco Giliani Cordate di potere e retorica liberale Richiamiamo all'attenzione dei nostri lettori un articolo scritto a settembre ma che conserva tutta la sua validità dopo l'elezione di Bersani a segretario del Partito democratico, avvenuta domenica 25 ottobre Tredici anni fa, a Modena, Fini passeggiava per la prima volta in una ‘Festa de l’Unità’, immerso in un clima ostile. Qualche settimana fa, a Genova, lo stesso Fini è uscito da un dibattito alla festa nazionale del Pd tra uno scroscio di applausi. Sarà un altro passo verso la “modernità” ed il “riformismo”? Oppure un segnale di crisi profonda, quasi di disperazione politica, di un partito incatenato a formule che in vent’anni hanno provocato solo disastri per i lavoratori e la sinistra?
Ma l’ossessione per un Fini “responsabile” contrapposto ad un Berlusconi becero e populista non è nuova per il gruppo dirigente del Pd. Già nel 1994 Fini fu corteggiato dall’allora Pds nella speranza di mettere in crisi il primo governo Berlusconi; fortunatamente, in quel caso, gli scioperi e le mobilitazioni dei lavoratori e degli studenti diedero un calcio nel sedere al governo di destra che durò 8 mesi. In questi 15 anni le manovre dei dirigenti del Pds-Ds-Pd per disarticolare il centro-destra, corteggiando Fini o Bossi che D’Alema definì “costola della sinistra”, hanno ottenuto il risultato contrario, creando sgomento e confusione a sinistra.
Franceschini e Bersani pari sono Quest’estate Fassino ha dimostrato che la ricerca di intesa con pezzi della destra non è affatto tattica di immagine, offrendo a Galan, governatore berlusconiano del Veneto, l’appoggio del Pd per una ricandidatura in cambio di una presa di distanza dalla Lega Nord e dal Cavaliere. Calearo, deputato Pd ed ex falco di Federmeccanica, si è detto favorevole. Penati, ex presidente Pd della provincia di Milano, ha tuonato contro Fassino sostenendo che poiché Galan non si è dimostrato disponibile a quest’ipotesi è inutile e dannoso parlarne, però la strategia di disarticolare il centro-destra ed avvicinare l’Udc è da perseguire anche in Lombardia. Poi tutti a elogiare il modello Dellai, presidente della provincia autonoma di Trento grazie ad una coalizione formata da Pd, Udc ed una bella iniezione di leaderismo con la lista personale del “governatore”.
Fassino e Calearo appoggiano la candidatura di Franceschini. Penati è il coordinatore nazionale della mozione Bersani, cui fa riferimento anche Dellai. Difficile dire chi abbia espresso una posizione più reazionaria. Franceschini e Bersani sono uniti dalla passione per l’Udc. Insomma, tutti pazzi per Casini!
Le manovre di avvicinamento coi centristi stanno già scatenando guerre per bande a livello locale, provocando pure clamorosi voltafaccia congressuali. In Puglia il sindaco di Bari Emiliano, pro Bersani, è in rottura coi dalemiani pugliesi e correrà da solo per il posto di segretario regionale dopo che il suo codazzo è rimasto fuori dalla spartizione di incarichi di partito ed istituzionali in vista delle regionali del 2010. Per inciso, questo signore ha recentemente affermato che il Pd deve avere come cemento l’anticomunismo. Nel resto del paese la situazione nel Pd non è meno nauseante: signori delle tessere e potentati locali contrattano indifferentemente con Franceschini e Bersani il loro appoggio, Marino è meno corteggiato in quanto senza possibilità di vittoria. I volti impresentabili abbondano da ogni parte, è da menzionare l’appoggio a Bersani di Bassolino e
Loiero, presidente della giunta regionale con più indagati d’Italia.
In questo pantano del congresso Pd è immerso anche gran parte del gruppo dirigente della Cgil. Mentre i vertici di Cisl e Uil sono legati a Franceschini, il grosso dell’apparato Cgil sta con Bersani, nell’illusione che una sua elezione possa facilitare una ricomposizione del vecchio centro-sinistra di prodiana memoria. A parte che non si capisce cosa avrebbero da guadagnare i lavoratori da tutto questo, la subordinazione dei vertici della Cgil a Bersani traduce mancanza di strategia sul terreno politico nonché il rimpianto per un’epoca di compromesso sociale, comunque portato sulle spalle dei lavoratori, che l’attuale crisi del capitalismo mette fuori dall’agenda. Anche sulla riforma dei contratti nazionali le due mozioni tacciono, salvo indicare la necessità di detassare gli aumenti pattuiti nei contratti aziendali ed incentivare gli aumenti di produttività. In pratica, come afferma Bonanni, se gli operai vogliono guadagnare qualcosina in più non pensino di intaccare i profitti aziendali ma provino a spaccarsi la schiena ancora di più. Se la Cgil lotterà fino in fondo contro lo smantellamento del contratto nazionale, difficilmente troverà al suo fianco il segretario del Pd, anche fosse Bersani.
La crisi mondiale del capitalismo brilla per la sua assenza dai documenti di tutte e tre i candidati alla guida del Pd. Per Bersani e Franceschini si tratta di dimenticare la lotta di classe tra padroni (pardon, “imprenditori”) e lavoratori e mettere nero su bianco alcune regole ben scritte: la jungla capitalista diventerà allora un giardinetto dove i diritti di tutti saranno rispettati e le speculazioni un ricordo del passato. Piccolo particolare: l’età pensionabile deve essere alzata, si vive troppo a lungo! Però, come scrive Bersani con ipocrisia da Pd, in maniera “volontaria e flessibile” (tradotto: se vai in pensione col minimo dell’età farai la fame). Trovare delle differenze tra i due documenti è arduo. In un vuoto spinto, intere pagine scorrono via tra richiami all’innovazione, al merito, alle regole da fissare per il libero mercato, agli aiuti per le imprese, alle liberalizzazioni o al nuovo stato sociale ridotto aperto ai privati ed al terzo settore (la “sussidiarietà”).
Sinistra: ognuno vede il “suo” Bersani Che Sinistra e Libertà ma anche il Pdci ed una parte del Prc veda con favore un’affermazione di Bersani, presunto ri-socialdemocratizzatore del “partitone”, è una questione da chiarire. Da un lato, non si comprende quali passi avanti comporterebbe per la costruzione di un partito comunista una rinascita socialdemocratica (una nuova Unione? non ci è bastata l’ultima?), dall’altro è fantasioso vedere nella mozione Bersani un fattore che spinga in quella direzione.
è un fatto che il personale politico dei due partiti fondatori del Pd è mescolato nelle due mozioni: l’attuale divisione trascende le vecchie appartenenze. Fassino ha fatto notare che 16 candidati su 20 della mozione Franceschini, ex Ppi ed ex Margherita, vengono dai Ds; i veltroniani appoggiano Franceschini assieme a pezzi dell’ex sinistra Ds, a Nerozzi, Podda ed all’area cofferatiana che si immagina futura ala laburista del Pd. Ugualmente, non mancano a Bersani appoggi pesanti di origine non diessina: dall’impresentabile Agazio Loiero a Marrazzo, da Enrico Letta, ex segretario della Margherita e fedele di Confindustria, al già citato Dellai o a Rosy Bindi. Qualche balbettio in più sulla laicità da parte di Bersani non sposta davvero la questione. Al massimo farà avere qualche voto in più al campione della meritocrazia made in USA, in arte Ignazio Marino, più deciso sulla laicità. Peraltro, sulla RU486 come sulle coppie di fatto o sull’adozione da parte di coppie omosessuali Bersani e Franceschini hanno posizioni analoghe, tra il vago e la contrarietà netta, a seconda del momento e dell’uditorio.
In entrambe le fazioni i sindacalisti hanno il ruolo di foglia di fico e giocano un ruolo subordinato rispetto alla base sociale di riferimento, fatta di una pletora di amministratori locali con interessi materiali da difendere nelle aziende ex municipalizzate (ad esempio Acea, Iride, Enia, Hera ecc.) e nel sistema delle cooperative, ormai inestricabilmente intrecciate coi piani alti del capitalismo italiano e dei “furbetti del quartierino”. Bersani, peraltro, è storicamente legato alla Cmc di Ravenna, potente cooperativa edile che, senza badare a questioni di principio, si è presa gli appalti della Tav in val di Susa e del raddoppio della base Nato di Vicenza. La maggior predisposizione di Bersani ad allargare a sinistra, ma anche all’Udc, una futura coalizione di governo è un’ipotesi da bocciare sonoramente, per quanto al momento Bersani abbia fatto riferimento a Sinistra e Libertà e non anche al Prc (non è escluso che questo possa cambiare). Bersani ritiene, più di Franceschini, che un futuro governo di centro-sinistra, per aiutare il capitalismo italiano ad uscire da una crisi profonda, abbia bisogno anche di una robusta copertura politica e sindacale a sinistra.
Pur rimarcando la propria distanza sul terreno economico-sociale, Ferrero ha espresso apprezzamento per la posizione di Bersani contro il “bipartitismo coatto” ed il presidenzialismo, auspicando che questi possa essere un alleato sul terreno delle riforme istituzionali. Come non vedere, però, che Bersani non torna indietro né sul bipolarismo né sul maggioritario, ipotizzando al massimo un sistema misto con uno sbarramento al 5%? Il bipolarismo, mettendo in difficoltà la sinistra di classe sul terreno elettorale, è stato una conquista per la borghesia italiana. Nessuno nel Pd è per un sistema proporzionale puro.
Tra Franceschini e Bersani non facciamo il tifo per nessuno. I lavoratori non hanno nulla da sperare. Sono due facce di un partito borghese che mira a mantenere il controllo sul movimento sindacale come dote per la classe dominante. Orfani del governo, stanno sbandando ancora più a destra. Vedove inconsolabili di un capitalismo “democratico” in grado di concedere qualche briciola ai lavoratori, remano in direzione contraria allo sviluppo storico. Ai comunisti spetta la lotta per mettere fine all’imbroglio chiamato Pd.
[i]da http://www.marxismo.net[/i]
Congresso Pd ovvero la miseria dei democratici
[size=85][i]Scritto da Francesco Giliani [/i][/size]
[b]Cordate di potere e retorica liberale[/b]
[i]Richiamiamo all'attenzione dei nostri lettori un articolo scritto a settembre ma che conserva tutta la sua validità dopo l'elezione di Bersani a segretario del Partito democratico, avvenuta domenica 25 ottobre [/i]
Tredici anni fa, a Modena, Fini passeggiava per la prima volta in una ‘Festa de l’Unità’, immerso in un clima ostile. Qualche settimana fa, a Genova, lo stesso Fini è uscito da un dibattito alla festa nazionale del Pd tra uno scroscio di applausi. Sarà un altro passo verso la “modernità” ed il “riformismo”? Oppure un segnale di crisi profonda, quasi di disperazione politica, di un partito incatenato a formule che in vent’anni hanno provocato solo disastri per i lavoratori e la sinistra?
Ma l’ossessione per un Fini “responsabile” contrapposto ad un Berlusconi becero e populista non è nuova per il gruppo dirigente del Pd. Già nel 1994 Fini fu corteggiato dall’allora Pds nella speranza di mettere in crisi il primo governo Berlusconi; fortunatamente, in quel caso, gli scioperi e le mobilitazioni dei lavoratori e degli studenti diedero un calcio nel sedere al governo di destra che durò 8 mesi. In questi 15 anni le manovre dei dirigenti del Pds-Ds-Pd per disarticolare il centro-destra, corteggiando Fini o Bossi che D’Alema definì “costola della sinistra”, hanno ottenuto il risultato contrario, creando sgomento e confusione a sinistra.
[b]Franceschini e Bersani pari sono [/b]
Quest’estate Fassino ha dimostrato che la ricerca di intesa con pezzi della destra non è affatto tattica di immagine, offrendo a Galan, governatore berlusconiano del Veneto, l’appoggio del Pd per una ricandidatura in cambio di una presa di distanza dalla Lega Nord e dal Cavaliere. Calearo, deputato Pd ed ex falco di Federmeccanica, si è detto favorevole. Penati, ex presidente Pd della provincia di Milano, ha tuonato contro Fassino sostenendo che poiché Galan non si è dimostrato disponibile a quest’ipotesi è inutile e dannoso parlarne, però la strategia di disarticolare il centro-destra ed avvicinare l’Udc è da perseguire anche in Lombardia. Poi tutti a elogiare il modello Dellai, presidente della provincia autonoma di Trento grazie ad una coalizione formata da Pd, Udc ed una bella iniezione di leaderismo con la lista personale del “governatore”.
Fassino e Calearo appoggiano la candidatura di Franceschini. Penati è il coordinatore nazionale della mozione Bersani, cui fa riferimento anche Dellai. Difficile dire chi abbia espresso una posizione più reazionaria. Franceschini e Bersani sono uniti dalla passione per l’Udc. Insomma, tutti pazzi per Casini!
Le manovre di avvicinamento coi centristi stanno già scatenando guerre per bande a livello locale, provocando pure clamorosi voltafaccia congressuali. In Puglia il sindaco di Bari Emiliano, pro Bersani, è in rottura coi dalemiani pugliesi e correrà da solo per il posto di segretario regionale dopo che il suo codazzo è rimasto fuori dalla spartizione di incarichi di partito ed istituzionali in vista delle regionali del 2010. Per inciso, questo signore ha recentemente affermato che il Pd deve avere come cemento l’anticomunismo. Nel resto del paese la situazione nel Pd non è meno nauseante: signori delle tessere e potentati locali contrattano indifferentemente con Franceschini e Bersani il loro appoggio, Marino è meno corteggiato in quanto senza possibilità di vittoria. I volti impresentabili abbondano da ogni parte, è da menzionare l’appoggio a Bersani di Bassolino e [b]Loiero[/b], presidente della giunta regionale con più indagati d’Italia.
In questo pantano del congresso Pd è immerso anche gran parte del gruppo dirigente della Cgil. Mentre i vertici di Cisl e Uil sono legati a Franceschini, il grosso dell’apparato Cgil sta con Bersani, nell’illusione che una sua elezione possa facilitare una ricomposizione del vecchio centro-sinistra di prodiana memoria. A parte che non si capisce cosa avrebbero da guadagnare i lavoratori da tutto questo, la subordinazione dei vertici della Cgil a Bersani traduce mancanza di strategia sul terreno politico nonché il rimpianto per un’epoca di compromesso sociale, comunque portato sulle spalle dei lavoratori, che l’attuale crisi del capitalismo mette fuori dall’agenda. Anche sulla riforma dei contratti nazionali le due mozioni tacciono, salvo indicare la necessità di detassare gli aumenti pattuiti nei contratti aziendali ed incentivare gli aumenti di produttività. In pratica, come afferma Bonanni, se gli operai vogliono guadagnare qualcosina in più non pensino di intaccare i profitti aziendali ma provino a spaccarsi la schiena ancora di più. Se la Cgil lotterà fino in fondo contro lo smantellamento del contratto nazionale, difficilmente troverà al suo fianco il segretario del Pd, anche fosse Bersani.
La crisi mondiale del capitalismo brilla per la sua assenza dai documenti di tutte e tre i candidati alla guida del Pd. Per Bersani e Franceschini si tratta di dimenticare la lotta di classe tra padroni (pardon, “imprenditori”) e lavoratori e mettere nero su bianco alcune regole ben scritte: la jungla capitalista diventerà allora un giardinetto dove i diritti di tutti saranno rispettati e le speculazioni un ricordo del passato. Piccolo particolare: l’età pensionabile deve essere alzata, si vive troppo a lungo! Però, come scrive Bersani con ipocrisia da Pd, in maniera “volontaria e flessibile” (tradotto: se vai in pensione col minimo dell’età farai la fame). Trovare delle differenze tra i due documenti è arduo. In un vuoto spinto, intere pagine scorrono via tra richiami all’innovazione, al merito, alle regole da fissare per il libero mercato, agli aiuti per le imprese, alle liberalizzazioni o al nuovo stato sociale ridotto aperto ai privati ed al terzo settore (la “sussidiarietà”).
[b]Sinistra: ognuno vede il “suo” Bersani[/b]
Che Sinistra e Libertà ma anche il Pdci ed una parte del Prc veda con favore un’affermazione di Bersani, presunto ri-socialdemocratizzatore del “partitone”, è una questione da chiarire. Da un lato, non si comprende quali passi avanti comporterebbe per la costruzione di un partito comunista una rinascita socialdemocratica (una nuova Unione? non ci è bastata l’ultima?), dall’altro è fantasioso vedere nella mozione Bersani un fattore che spinga in quella direzione.
è un fatto che il personale politico dei due partiti fondatori del Pd è mescolato nelle due mozioni: l’attuale divisione trascende le vecchie appartenenze. Fassino ha fatto notare che 16 candidati su 20 della mozione Franceschini, ex Ppi ed ex Margherita, vengono dai Ds; i veltroniani appoggiano Franceschini assieme a pezzi dell’ex sinistra Ds, a Nerozzi, Podda ed all’area cofferatiana che si immagina futura ala laburista del Pd. Ugualmente, non mancano a Bersani appoggi pesanti di origine non diessina: dall’impresentabile Agazio Loiero a Marrazzo, da Enrico Letta, ex segretario della Margherita e fedele di Confindustria, al già citato Dellai o a Rosy Bindi. Qualche balbettio in più sulla laicità da parte di Bersani non sposta davvero la questione. Al massimo farà avere qualche voto in più al campione della meritocrazia made in USA, in arte Ignazio Marino, più deciso sulla laicità. Peraltro, sulla RU486 come sulle coppie di fatto o sull’adozione da parte di coppie omosessuali Bersani e Franceschini hanno posizioni analoghe, tra il vago e la contrarietà netta, a seconda del momento e dell’uditorio.
In entrambe le fazioni i sindacalisti hanno il ruolo di foglia di fico e giocano un ruolo subordinato rispetto alla base sociale di riferimento, fatta di una pletora di amministratori locali con interessi materiali da difendere nelle aziende ex municipalizzate (ad esempio Acea, Iride, Enia, Hera ecc.) e nel sistema delle cooperative, ormai inestricabilmente intrecciate coi piani alti del capitalismo italiano e dei “furbetti del quartierino”. Bersani, peraltro, è storicamente legato alla Cmc di Ravenna, potente cooperativa edile che, senza badare a questioni di principio, si è presa gli appalti della Tav in val di Susa e del raddoppio della base Nato di Vicenza. La maggior predisposizione di Bersani ad allargare a sinistra, ma anche all’Udc, una futura coalizione di governo è un’ipotesi da bocciare sonoramente, per quanto al momento Bersani abbia fatto riferimento a Sinistra e Libertà e non anche al Prc (non è escluso che questo possa cambiare). Bersani ritiene, più di Franceschini, che un futuro governo di centro-sinistra, per aiutare il capitalismo italiano ad uscire da una crisi profonda, abbia bisogno anche di una robusta copertura politica e sindacale a sinistra.
Pur rimarcando la propria distanza sul terreno economico-sociale, Ferrero ha espresso apprezzamento per la posizione di Bersani contro il “bipartitismo coatto” ed il presidenzialismo, auspicando che questi possa essere un alleato sul terreno delle riforme istituzionali. Come non vedere, però, che Bersani non torna indietro né sul bipolarismo né sul maggioritario, ipotizzando al massimo un sistema misto con uno sbarramento al 5%? Il bipolarismo, mettendo in difficoltà la sinistra di classe sul terreno elettorale, è stato una conquista per la borghesia italiana. Nessuno nel Pd è per un sistema proporzionale puro.
Tra Franceschini e Bersani non facciamo il tifo per nessuno. I lavoratori non hanno nulla da sperare. Sono due facce di un partito borghese che mira a mantenere il controllo sul movimento sindacale come dote per la classe dominante. Orfani del governo, stanno sbandando ancora più a destra. Vedove inconsolabili di un capitalismo “democratico” in grado di concedere qualche briciola ai lavoratori, remano in direzione contraria allo sviluppo storico. Ai comunisti spetta la lotta per mettere fine all’imbroglio chiamato Pd.